Lisandro Rota è arrivato alla pittura attraverso un moto irresistibile della sua sensibilità. Le sue sono visioni limpide e commosse che, se anche raccontate con un certo manierismo, pure lasciano intravedere grandi possibilità di sviluppo, e mettono in evidenza una personalità innamorata della luce e del colore.
Lisandro Rota offre un panorama assai efficace del suo modo di concepire l’uomo e le cose nel nucleo del fattore esistenziale bombardato dalla sua fantasia eccitata e fervida. I suoi personaggi tesi e allucinanti che acquistano espressione in forza di operazioni di scavo nei caratteri fisici fino al traguardo della coscienza, stanno al centro di un mondo carico di irreali soluzioni, che tuttavia si riallacciano, in forma emblematica, alle forme costanti del pensiero e della vita. I quadri del Rota sono portati avanti con notevole abilità, sostenuti da scelte materiche appropriate e senza quegli sbalzi che insorgono a denunciare l’improvvisazione. L’ispirazione si riscatta prontamente nel solco di una lucida coerenza di stile.
Torna apertamente, con questo artista lucchese, - quasi a titolo di contestazione inconscia – il precetto fattoriano di modestia e responsabilità nei confronti del “reale oggettivo”. Accettare questo discorso isolato dipende dal sentirlo sincero, ed ancor più dal sentirlo soggettivamente impegnato, come mi sembra che sia. Lisandro Rota cerca di fondere l’uomo, la sua vita interiore, al paesaggio, senza concessioni romantiche; cerca di inserire le fasi più stanche dell’”esistere” nell’”essere”, cioè nel continuo risorgere della natura; cerca di chiarire le condizioni umane più oscure e tribolate nell’equilibrio del paesaggio, nella pacata luce dei cieli lucchesi. “L’arte non può essere un hobby quando la professione stessa è arte di capire la vita, di pesare comportamenti e caratteri”.
[Metà anni '70] "(…) opere improntate ad un gusto ironico e al tempo stesso tragico che si evidenzia nella serie dei “farfallari”, esseri umani e simboleggianti l’umanità, che vivono sfruttando la farfalla come essere vivo che viene rincorso, catturato, ucciso e venduto. Tutto questo si svolge in un ambiente irreale dove le figure si stagliano lineari su sfondi innaturali, come se questa porzione di vita immaginata fosse una rappresentazione fantastica su palcoscenici immaginari. Ma il palcoscenico, ci dice Lisandro Rota, è il mondo in cui viviamo, le figure siamo noi, e le farfalle, simbolo di libertà, sono le nostre fuggevoli aspirazioni e quell’essere uomo al quale troppo spesso rinunciamo.
La salvezza dei valori più puri come la libertà e la vita sono il tema centrale della pittura di Lisandro Rota.
Nei suoi dipinti, animati da figure senza tempo, ambientati in prati irreali con fiori di carta, non vi è altro che la lucida denunzia della sistematica e perfida violenza dell’”homo sapiens” contro se stesso.
La caccia alle farfalle, assurte a simbolo di libertà, non si ferma infatti al solo concetto visivo. Il discorso pittorico va oltre a questo. Lo spietato inseguimento, l’inevitabile cattura, la morte e quello che è peggio il plagio dello spirito, rappresentato in maniera elegante e con sottile ironia ne “I farfallari”, sono cose che devono farci riflettere. Queste gratuite, allucinanti operazioni di violenza fanno, purtroppo, parte della nostra odierna odissea, tuttavia l’uomo non distruggerà se stesso. Un barlume di speranza e di rigenerazione, specialmente nelle figure femminili che portano dentro il germe di una nuova umanità, ci viene dato da questo artista in cammino su un sentiero difficile e tortuoso come quello dell’arte “vera”. Quell’arte che non si ferma al puro godimento estetico ma rende visibile il significato interno delle cose.
Con le opere degli ultimi anni, Lisandro Rota si conferma uno dei grandi sognatori della pittura figurativa toscana: la sua favola è un altissimo esempio di ricerca artistica che reinterpreta nobilitandola la memoria pittorica, approdando a un registro lirico che si appropria delle visioni ordinarie, creando prima per se stesso un luogo “altro”, un mondo dove vivere il suo “non vissuto” quotidiano. Per Rota la pittura è l’occasione perfetta per donarci la rappresentazione di un’esperienza inventata per essere nostra. Sorprende il fatto che la pittura sia non lo specchio, ma una fuga gioiosa, un’evasione proprio da quel preciso stato d’animo con cui si siede davanti al cavalletto. Quello che Rota non fa nella realtà, lo fa nella pittura, che è la costruzione di un mondo che gli manca nella realtà. Tutto aspetta l’ironia per farsi immagine: pura sdrammatizzazione, l’ironia scende fin dentro ai titoli per farsi dolce schernire delle abitudini e dei vezzi umani, senza per questo scadere in trite e abusate volgarità. Un pittore che mette la voglia di levare alto il nostro alleluja: per fortuna, la razza dei veri artisti non si è ancora estinta.
Marco Palamidessi